Archivio dell'autore: associazioneagave

Agave è vicino alla Fiom e agli operai della AST di Terni

10519470_484971588312496_8477151926735464147_o

Agave, associazione di volontariato per la tutela della salute mentale dei giovani, tanto forti nelle potenzialità e nelle speranze quanto deboli nel riconoscimento dei loro diritti, vuole esprimere tutta la sua solidarietà alla FIOM e agli operai della AST di Terni, oggetto di violenze ingiustificabili durante l’esercizio del diritto di manifestazione per la difesa del posto di lavoro.

AGAVE alla manifestazione nazionale CGIL del 25 ottobre

Le recenti misure prospettate dal disegno di legge di stabilità 2015 prevedono pesantissimi tagli alle Regioni che, come tutti sanno, gestiscono gran parte della spesa destinata al funzionamento del Servizio Sanitario Nazionale.

Non vogliamo qui entrare nel merito dei delicati equilibri di bilancio statali, ma sottolineiamo con forza come questi non possano e non debbano in alcun modo ricadere sulla Sanità Pubblica, sulla nostra Sanità Pubblica.

AGAVE è nata per promuovere e difendere il diritto alla cura per i giovani, per gli adolescenti, per tutti i cittadini. AGAVE è per la Sanità Pubblica. E’ per questo motivo che ha partecipato alla manifestazione indetta dalla CGIL sabato 25 ottobre.

AGAVE entra nella Consulta della ASL RM E

IMG_5776

Venerdì 3 ottobre 2014 Agave è entrata a far parte della Consulta per la Salute Mentale del Dipartimento di Salute Mentale della ASL RM E, presieduta dal Dott. Giacomo Nicastro. 

La Consulta Dipartimentale è composta di Associazioni di Utenti, Familiari, Movimenti di Volontariato, della Cooperazione e dal Dipartimento di Salute Mentale ASL RM E. Questo organismo municipale ha come obiettivi la promozione di iniziative culturali per il riconoscimento dei diritti dei portatori di sofferenza psichica; la promozione agli organi competenti di iniziative efficaci al miglioramento dell’assistenza; di rappresentare il bisogno di salute dei cittadini; l’individuazione di obiettivi comuni di salute e miglioramento delle condizioni dei cittadini; la verifica dei livelli di prestazione garantiti.

La nostra Associazione è stata accolta all’unanimità. Esprimeremo il nostro voto nelle consultazioni per l’esame di provvedimenti e per la definizione degli obiettivi e degli strumenti necessari alla loro attuazione attraverso il presidente di AGAVE Dott. Enrico Ferraro, che parteciperà alle riunioni della Consulta, perseguendo gli scopi che hanno ispirato la nascita della nostra Associazione nell’ambito della Tutela e della Promozione della Salute Mentale di giovani ed adolescenti.

 Per produrre una nuova cultura della Salute Mentale ed intervenire a livello sanitario, sociale e politico, oggi ancora di più abbiamo bisogno dell’impegno di tutti i soci viste le prove sempre più grandi con le quali la nostra giovane Associazione si dovrà misurare.

Sembra un caso

dell'amor t

 

Sembra un caso, un pura coincidenza, la ricerca sugli adolescenti apparsa su La Repubblica del 5 agosto, nella quale si racconta del coinvolgimento dei ragazzi nelle attività di gioco d’azzardo più o meno legalizzate, mentre proprio in questi giorni A.G.A.V.E. sta incontrando persone intenzionate a tentare ogni sforzo per migliorare la qualità della vita dei giovani in una remota periferia romana.

“Qui non c’è nulla, né per i giovani, né per gli adulti”, raccontava la donna, una professionista, dipendente del Ministero di Grazia e Giustizia, madre di tre figli vissuti buona parte della loro vita in quella zona. “Le uniche novità, in quattordici anni, sono i centri per le scommesse di ogni tipo, anche poco lontano dalle scuole…”.

Il binomio che coniuga una bassa qualità della vita, del pensiero e culturale con le attività di gioco d’azzardo e scommesse non è cosa nuova ed è sotto gli occhi di tutti come la crisi economica di questi ultimi anni abbia incentivato il consumo di “gratta e vinci” e similari, la partecipazione ai giochi d’azzardo legalizzati, lotterie comprese, contro ogni buon senso (sono innumerevoli ormai le dimostrazioni che nelle lotterie di ogni tipo vince solo il banco), così come è evidente l’amplificazione esponenziale dell’offerta (giochi che non promettono solo premi in denaro ma vacanze per tutta la vita, abitazioni e altro ancora). Ma l’inchiesta di Repubblica si concentra sugli adolescenti e sulle motivazioni che essi esprimono quando entrano nel “vortice” del gioco d’azzardo. Tra esse, la voglia di diventare “grandi”, la trasgressione, la noia o, semplicemente, l’esigenza di stare con gli amici.

Di chi la responsabilità? Spesso, indica la ricerca, sono gli amici o i genitori ad introdurre i giovani al gioco d’azzardo, ma noi pensiamo che una responsabilità maggiore vada attribuita alle istituzioni, sia locali sia centrali, che non costruiscono “occasioni” alternative per gli adolescenti e le forti esigenze che essi hanno di esprimersi e condividere, con le compagne ed i compagni, esperienze, punti di vista, emozioni.

Il bisogno, in parte fisiologico, di diventare grandi o dimostrare di esserlo attraverso esperienze ritenute ”proibite” ai giovani, diventa l’unica via d’uscita da una condizione, l’essere giovani appunto, che per questa società non ha alcun valore, né possibilità.

Allora il ragazzo dal percorso umano e scolastico burrascoso che vince diecimila euro a Texas Hold’em diventa una specie di eroe per i compagni, perché è “riuscito”, nonostante le avversità della vita, e l’appuntamento per una chiacchierata o una birretta ai video poker diventa una tappa fissa della giornata se la bisca è l’unico ritrovo possibile per stare con gli amici.

Cosa fare? Proibire le bische, i video poker, le pubblicità ai giochi d’azzardo?

Forse, più che limitare ciò che ormai, nonostante la normativa, diventa un ambito nel quale anche lo Stato ha i suoi guadagni, occorrerebbe proporre un pensiero, una cultura diversa, attraverso attività concrete che restituiscano ai giovani tutte le infinite possibilità che meritano. Trasformare i “ghetti” fisici e mentali che abbiamo costruito per loro, in spazi aperti alla sperimentazione, alla cultura e al pensiero dei giovani che, non dimentichiamolo, è molto diverso dal pensiero degli adulti.

E’ Tempo

9r

E’ chiaro
Che il pensiero dà fastidio
Anche se chi pensa
E’ muto come un pesce
Anzi un pesce
E come pesce è difficile da bloccare
Perché lo protegge il mare
Com’è profondo il mare 

Lucio Dalla-Com’è profondo il mare

AGAVE AL POLITICAMP DI LIVORNO – 11/13 LUGLIO 2014

Nella scena quarta del capolavoro di Brecht, Vita di Galileo, il grande scienziato è intenzionato a mostrare le scoperte, da lui effettuate grazie al suo “occhiale”, ad alcuni dottori universitari tra cui un filosofo.
Invita, dunque, i suoi ospiti a poggiare gli occhi sulla lente del telescopio per rendersi conto da sé dei movimenti celesti ma il filosofo, invece di guardare, pone una domanda: possono quei pianeti realmente esistere?
Per dirla meglio: chi può garantire che, anche se visibili agli occhi, quei pianeti realmente esistano? Con quale autorità, Galileo pronuncia tali affermazioni?
“La verità è figlia del tempo e non dell’autorità.” ribatte lo scienziato ma, risponde il filosofo con veemenza ed estrema preoccupazione, ” Signor Galilei, la verità può portarci chissà dove”.
Nessuno, quel giorno, guarderà il cielo attraverso il telescopio.
Il sipario non cala ma è come si chiudesse, inesorabile.
Queste pagine sono tornate alla mente ascoltando il discorso di apertura del Politicamp 2014 di Ilaria Bonaccorsi, già direttore della rivista Left e candidata alle ultime elezioni europee con il PD, che abbiamo avuto modo di incontrare assieme all’onorevole Giuseppe Civati nel maggio di quest’anno.
“C’è un tempo in cui non c’è più un prima, c’è il dopo. Compare quello che prima non c’era: la possibilità si realizza. Questo è il nostro tempo di creare la politica in un altro modo.”, ha detto Ilaria Bonaccorsi e, ha aggiunto citando lo storico e filologo Luciano Canfora, “l’unica cosa da non fare è di evitare di non vedere”.
Così la memoria è andata a un altro capolavoro, Cecità di Josè Saramago, in cui viene raccontata un’improvvisa epidemia di origine misteriosa a seguito della quale tutti gli abitanti di una città, ad eccezione di una donna, perdono la vista e in un crescendo di follia (molti sono simbolicamente rinchiusi in un ex manicomio), invece che trovare un modo per superare insieme quella drammatica situazione, si contrappongono gli uni agli altri fino ad approfittare gli uni degli altri, tra incredibili soprusi e violenze.
“Secondo me non siamo diventati ciechi, secondo me lo siamo, ciechi che vedono, ciechi che, pur vedendo, non vedono” dice la donna che non ha mai perso la vista.
Dunque?
Dunque c’è assoluto bisogno di affermare un pensare e un pensiero che non sia sottomesso al pensiero dominante: un pensiero forte, complesso, che non tenda ad escludere ma che integri, che coinvolga, che si propaghi come un virus inarrestabile, che conquisti sempre maggior spazio  nelle menti giovani di qualsiasi età,  che elabori, che si confronti, che partecipi, che scenda in piazza non perché gli è stato imposto da questa o quella fazione ma perché ne provi esigenza e desiderio.

Un pensiero di libertà: “una libertà umana”, citando sempre Ilaria Bonaccorsi.

Partendo, aggiungiamo noi, da una diversa qualità dei rapporti interumani.
Perché questo avvenga, bisogna svestirsi dei panni del filosofo di Galileo e di quelli di Tancredi, che ne Il Gattopardo come noto sentenzia “Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi”.
Siamo alla ricerca della dimensione opposta: se non vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna trasformare tutto, a partire da noi stessi.
Una rivoluzione del pensiero, dunque, anzitutto personale, che potrà diventare collettiva solo se la coscienza  di essere ed esserci sarà accompagnata dall’idea di un futuro migliore per tutti noi.
Ed è tempo di cominciare.
Per questo, a Livorno eravamo presenti anche noi.
Per chiedere di realizzare, anche con la nostra partecipazione,  un progetto più ampio, capace di coinvolgere tutti gli attori, associativi e istituzionali, che si occupano di giovani e adolescenti: un coordinamento nazionale che sappia comprendere, interpretare e dare una risposta concreta alle tante domande che ci rivolgono minori immigrati, studenti, giovani inoccupati e, in senso più ampio, tutte le ragazze e i ragazzi che si cimentano per la prima volta con le difficoltà della vita.

Perché quelle difficoltà si traducano in possibilità.

Per loro, per noi e per la società di domani.

 

Il suicidio della sedicenne di Forlì: colpevoli o complici?

LateAncora. Un altro suicidio, l’ennesimo. Una ragazza di 16 anni di Forlì che prende un autobus, arriva a scuola, sale sul tetto attraverso una botola e si lancia nel vuoto. La notizia da sola basterebbe a togliere il fiato ma c’è anche di più: i genitori sono iscritti nel registro degli indagati con l’ipotesi di reato di maltrattamenti in famiglia e istigazione al suicidio. Questo perché, la minorenne ha lasciato messaggi, post-it, lettere , video nei quali raccontava di un’estrema difficoltà nei rapporti con i genitori che, da quanto si legge sulla stampa, sembra fossero stati già avvisati numerose volte, da parte della minore, della sua intenzione di suicidarsi. Ma non basta. La cronaca riporta di professori che, nel leggere i temi scritti dalla giovane, avrebbero intuito il suo profondo disagio, di una madre di una compagna di classe che aveva percepito che la ragazza non stava bene. La stessa mamma ha parlato durante una fiaccolata chiedendo perdono per questo mondo malato e folle di adulti indifferenti. Come dire, siamo tutti colpevoli. Ma è giusto? Forse sì. Complici, nel migliore dei casi. Davanti a chi si cimenta nello scoprire la vita, la nostra inerzia gliela rende insopportabile. Il nostro non-fare, non rispondere con fantasia, non proporre un’immagine di futuro: quelle porte chiuse cui mani delicate bussano senza che nessuno apra perché il dolore non entri, resti nell’altrove indefinito che è il “là fuori”. Le lettere, i messaggi, le accuse di questa ragazza non sono solo per i genitori ma per tutti, nessuno escluso. Qualcuno ha scritto che l’adolescenza è una lotta con la morte: questa visione, orribile e falsa, ricorda le parole di Sartre che, ne L’età della ragione, diceva che “esistere è bersi senza sete”. Se fosse così, non ci sarebbe via d’uscita: le nostre vite sarebbero investimenti a perdere e nulla varrebbe la pena. Un pessimismo che cela il più mostruoso vocabolo che la nostra lingua conosca: indifferenza. Soffrire per una ragazza che decide di porre fine alla sua vita ma poi lasciare agli altri (solo agli altri) il compito di fare di più e meglio per sé stesso e per tutti. Chiamarsi fuori da quel che è accaduto, sentirsi innocenti ma tanto dispiaciuti, è come aleggiare nella mediocrità: ci si crede diversi, mentre si è solo più poveri. Forse sarebbe bastata una parola, quel giorno, ad interrompere il tragitto di quella giovane donna verso la propria morte. Ma non c’è stato nessuno che l’ha pronunciata. Nessuno. Neanche noi.

Il Gran Kan dice- Tutto è inutile, se l’ultimo approdo non può essere che la città infernale, ed è là in fondo che, in una spirale sempre più stretta, ci risucchia la corrente.
E Polo- L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abbiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio.
(I. Calvino, Le città Invisibili)

Pane e coraggio

Agave_migranti

“Nina ci vogliono scarpe buone/ e gambe belle Lucia/ Nina ci vogliono scarpe buone/pane e fortuna e così sia/ ma soprattutto ci vuole coraggio/a trascinare le nostre suole/da una terra che ci odia/ad un’altra che non ci vuole”. Così cantava Ivano Fossati nella sua bellissima Pane e Coraggio e le sue note potrebbero essere la dolorosa colonna sonora di quanto sta accadendo in questi giorni. Per dirla meglio: di quanto accaduto in questi anni e ancora continua ad accadere. Migliaia di persone in fuga dal nulla verso il niente, con nel cuore la disperazione che potrebbe provare un innocente condannato al carcere a vita: il più delle volte, condannato a morte. Ma se per gli adulti il rischio di attraversare le onde del “buio mare” è una decisione terribilmente consapevole , c’è da chiedersi: cosa può provare un bambino o un adolescente di fronte a quest’Odissea? Quali possono essere i pensieri di chi, giovanissimo, viene messo su un barcone, stipato con altre decine e decine di esseri umani, magari allontanato dalla famiglia stessa nella speranza di un futuro migliore, con la certezza di non vedere più i propri genitori, i parenti, gli amici? Cosa possono fantasticare i bambini trascinati sui flutti da un legno che scricchiola ogni istante, quando con gli occhi scuri cercano la luce della luna e delle stelle mentre accanto a loro non c’è, non c’è più, non ci sarà più, chi può abbracciarli e tenerli stretti finché non si addormentano? Chi asciuga le loro lacrime dicendogli che andrà tutto bene, quando lo scafo si rovescia e la luna sparisce? Perché non si parla di tutto questo? Quella che viene chiamata immigrazione, somiglia ad una vera e propria deportazione imposta dal tentativo di sopravvivere: non è vero che è una scelta, non c’è scelta. Si può solo salire sul barcone per cercare di avere un’esistenza (una vita sembra ancora troppo) dignitosa. “Ecco, ci siamo, ma ci sentite da lì?” il verso è sempre di una canzone di Fossati, si chiama Italiani d’Argentina e ricorda l’emigrazione dalla “distanza atlantica” dei primi del novecento: quella italiana appunto. Ma “la memoria è cattiva e vicina” e non è una storia da ricordare o da cantare. Perché non è storia da grandi imprese o di conquista, non c’è un eroe e, soprattutto, non c’è lieto fine. Ancora oggi non c’è lieto fine. Neanche per chi sopravvive. Ma questo, un bambino non lo sa.

Il treno degli emigranti (Gianni Rodari)


Non è grossa, non è pesante

la valigia dell’emigrante…

C’è un po’ di terra del mio villaggio,
per non restar solo in viaggio…
un vestito, un pane, un frutto 
e questo è tutto.
Ma il cuore no, non l’ho portato:
nella valigia non c’è entrato.
Troppa pena aveva a partire,
oltre il mare non vuole venire.
Lui resta, fedele come un cane.
nella terra che non mi dà pane:
un piccolo campo, proprio lassù…

Ma il treno corre: non si vede più.