Sembra un caso

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Sembra un caso, un pura coincidenza, la ricerca sugli adolescenti apparsa su La Repubblica del 5 agosto, nella quale si racconta del coinvolgimento dei ragazzi nelle attività di gioco d’azzardo più o meno legalizzate, mentre proprio in questi giorni A.G.A.V.E. sta incontrando persone intenzionate a tentare ogni sforzo per migliorare la qualità della vita dei giovani in una remota periferia romana.

“Qui non c’è nulla, né per i giovani, né per gli adulti”, raccontava la donna, una professionista, dipendente del Ministero di Grazia e Giustizia, madre di tre figli vissuti buona parte della loro vita in quella zona. “Le uniche novità, in quattordici anni, sono i centri per le scommesse di ogni tipo, anche poco lontano dalle scuole…”.

Il binomio che coniuga una bassa qualità della vita, del pensiero e culturale con le attività di gioco d’azzardo e scommesse non è cosa nuova ed è sotto gli occhi di tutti come la crisi economica di questi ultimi anni abbia incentivato il consumo di “gratta e vinci” e similari, la partecipazione ai giochi d’azzardo legalizzati, lotterie comprese, contro ogni buon senso (sono innumerevoli ormai le dimostrazioni che nelle lotterie di ogni tipo vince solo il banco), così come è evidente l’amplificazione esponenziale dell’offerta (giochi che non promettono solo premi in denaro ma vacanze per tutta la vita, abitazioni e altro ancora). Ma l’inchiesta di Repubblica si concentra sugli adolescenti e sulle motivazioni che essi esprimono quando entrano nel “vortice” del gioco d’azzardo. Tra esse, la voglia di diventare “grandi”, la trasgressione, la noia o, semplicemente, l’esigenza di stare con gli amici.

Di chi la responsabilità? Spesso, indica la ricerca, sono gli amici o i genitori ad introdurre i giovani al gioco d’azzardo, ma noi pensiamo che una responsabilità maggiore vada attribuita alle istituzioni, sia locali sia centrali, che non costruiscono “occasioni” alternative per gli adolescenti e le forti esigenze che essi hanno di esprimersi e condividere, con le compagne ed i compagni, esperienze, punti di vista, emozioni.

Il bisogno, in parte fisiologico, di diventare grandi o dimostrare di esserlo attraverso esperienze ritenute ”proibite” ai giovani, diventa l’unica via d’uscita da una condizione, l’essere giovani appunto, che per questa società non ha alcun valore, né possibilità.

Allora il ragazzo dal percorso umano e scolastico burrascoso che vince diecimila euro a Texas Hold’em diventa una specie di eroe per i compagni, perché è “riuscito”, nonostante le avversità della vita, e l’appuntamento per una chiacchierata o una birretta ai video poker diventa una tappa fissa della giornata se la bisca è l’unico ritrovo possibile per stare con gli amici.

Cosa fare? Proibire le bische, i video poker, le pubblicità ai giochi d’azzardo?

Forse, più che limitare ciò che ormai, nonostante la normativa, diventa un ambito nel quale anche lo Stato ha i suoi guadagni, occorrerebbe proporre un pensiero, una cultura diversa, attraverso attività concrete che restituiscano ai giovani tutte le infinite possibilità che meritano. Trasformare i “ghetti” fisici e mentali che abbiamo costruito per loro, in spazi aperti alla sperimentazione, alla cultura e al pensiero dei giovani che, non dimentichiamolo, è molto diverso dal pensiero degli adulti.

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