Il suicidio della sedicenne di Forlì: colpevoli o complici?

LateAncora. Un altro suicidio, l’ennesimo. Una ragazza di 16 anni di Forlì che prende un autobus, arriva a scuola, sale sul tetto attraverso una botola e si lancia nel vuoto. La notizia da sola basterebbe a togliere il fiato ma c’è anche di più: i genitori sono iscritti nel registro degli indagati con l’ipotesi di reato di maltrattamenti in famiglia e istigazione al suicidio. Questo perché, la minorenne ha lasciato messaggi, post-it, lettere , video nei quali raccontava di un’estrema difficoltà nei rapporti con i genitori che, da quanto si legge sulla stampa, sembra fossero stati già avvisati numerose volte, da parte della minore, della sua intenzione di suicidarsi. Ma non basta. La cronaca riporta di professori che, nel leggere i temi scritti dalla giovane, avrebbero intuito il suo profondo disagio, di una madre di una compagna di classe che aveva percepito che la ragazza non stava bene. La stessa mamma ha parlato durante una fiaccolata chiedendo perdono per questo mondo malato e folle di adulti indifferenti. Come dire, siamo tutti colpevoli. Ma è giusto? Forse sì. Complici, nel migliore dei casi. Davanti a chi si cimenta nello scoprire la vita, la nostra inerzia gliela rende insopportabile. Il nostro non-fare, non rispondere con fantasia, non proporre un’immagine di futuro: quelle porte chiuse cui mani delicate bussano senza che nessuno apra perché il dolore non entri, resti nell’altrove indefinito che è il “là fuori”. Le lettere, i messaggi, le accuse di questa ragazza non sono solo per i genitori ma per tutti, nessuno escluso. Qualcuno ha scritto che l’adolescenza è una lotta con la morte: questa visione, orribile e falsa, ricorda le parole di Sartre che, ne L’età della ragione, diceva che “esistere è bersi senza sete”. Se fosse così, non ci sarebbe via d’uscita: le nostre vite sarebbero investimenti a perdere e nulla varrebbe la pena. Un pessimismo che cela il più mostruoso vocabolo che la nostra lingua conosca: indifferenza. Soffrire per una ragazza che decide di porre fine alla sua vita ma poi lasciare agli altri (solo agli altri) il compito di fare di più e meglio per sé stesso e per tutti. Chiamarsi fuori da quel che è accaduto, sentirsi innocenti ma tanto dispiaciuti, è come aleggiare nella mediocrità: ci si crede diversi, mentre si è solo più poveri. Forse sarebbe bastata una parola, quel giorno, ad interrompere il tragitto di quella giovane donna verso la propria morte. Ma non c’è stato nessuno che l’ha pronunciata. Nessuno. Neanche noi.

Il Gran Kan dice- Tutto è inutile, se l’ultimo approdo non può essere che la città infernale, ed è là in fondo che, in una spirale sempre più stretta, ci risucchia la corrente.
E Polo- L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abbiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio.
(I. Calvino, Le città Invisibili)

Commenta

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...