Pane e coraggio

Agave_migranti

“Nina ci vogliono scarpe buone/ e gambe belle Lucia/ Nina ci vogliono scarpe buone/pane e fortuna e così sia/ ma soprattutto ci vuole coraggio/a trascinare le nostre suole/da una terra che ci odia/ad un’altra che non ci vuole”. Così cantava Ivano Fossati nella sua bellissima Pane e Coraggio e le sue note potrebbero essere la dolorosa colonna sonora di quanto sta accadendo in questi giorni. Per dirla meglio: di quanto accaduto in questi anni e ancora continua ad accadere. Migliaia di persone in fuga dal nulla verso il niente, con nel cuore la disperazione che potrebbe provare un innocente condannato al carcere a vita: il più delle volte, condannato a morte. Ma se per gli adulti il rischio di attraversare le onde del “buio mare” è una decisione terribilmente consapevole , c’è da chiedersi: cosa può provare un bambino o un adolescente di fronte a quest’Odissea? Quali possono essere i pensieri di chi, giovanissimo, viene messo su un barcone, stipato con altre decine e decine di esseri umani, magari allontanato dalla famiglia stessa nella speranza di un futuro migliore, con la certezza di non vedere più i propri genitori, i parenti, gli amici? Cosa possono fantasticare i bambini trascinati sui flutti da un legno che scricchiola ogni istante, quando con gli occhi scuri cercano la luce della luna e delle stelle mentre accanto a loro non c’è, non c’è più, non ci sarà più, chi può abbracciarli e tenerli stretti finché non si addormentano? Chi asciuga le loro lacrime dicendogli che andrà tutto bene, quando lo scafo si rovescia e la luna sparisce? Perché non si parla di tutto questo? Quella che viene chiamata immigrazione, somiglia ad una vera e propria deportazione imposta dal tentativo di sopravvivere: non è vero che è una scelta, non c’è scelta. Si può solo salire sul barcone per cercare di avere un’esistenza (una vita sembra ancora troppo) dignitosa. “Ecco, ci siamo, ma ci sentite da lì?” il verso è sempre di una canzone di Fossati, si chiama Italiani d’Argentina e ricorda l’emigrazione dalla “distanza atlantica” dei primi del novecento: quella italiana appunto. Ma “la memoria è cattiva e vicina” e non è una storia da ricordare o da cantare. Perché non è storia da grandi imprese o di conquista, non c’è un eroe e, soprattutto, non c’è lieto fine. Ancora oggi non c’è lieto fine. Neanche per chi sopravvive. Ma questo, un bambino non lo sa.

Il treno degli emigranti (Gianni Rodari)


Non è grossa, non è pesante

la valigia dell’emigrante…

C’è un po’ di terra del mio villaggio,
per non restar solo in viaggio…
un vestito, un pane, un frutto 
e questo è tutto.
Ma il cuore no, non l’ho portato:
nella valigia non c’è entrato.
Troppa pena aveva a partire,
oltre il mare non vuole venire.
Lui resta, fedele come un cane.
nella terra che non mi dà pane:
un piccolo campo, proprio lassù…

Ma il treno corre: non si vede più.

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